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Filosofia Economica

“Non possiamo scindere il mondo del business dal mondo dell’etica”. Intervista ad Enrico Lipani

Sulle dinamiche legate al mercato e alla produzione industriale, abbiamo intervistato il giovane Enrico Lipani, professionista nello sviluppo delle imprese e nelle tecnologie industriali.

Il mercato globale è sempre più dinamico e dagli innumerevoli aspetti. Quali le chiavi di lettura per districarsi in una realtà così mutevole?

Il mercato globale, dinamico e incerto può essere affrontato in un solo modo: aumentando la conoscenza. Gli individui potranno superare le notevoli sfide del prossimo ventennio solo se si baseranno sulle competenze di settore – una profonda conoscenza di un singolo ambito di attività. In parole povere, chi saprà combinare scienza dei dati, server veloci e competenza settoriale avrà una marcia in più per interpretare la realtà e scrivere il futuro. Basta guardare come da 20 anni, i migliori scienziati informatici della Silicon Valley, dettino leggi in tutto il mondo con i GAFA (Google, Amazon, Facebook, Apple).

In un mercato libero, vi sono ancora ragioni per discutere di politiche industriali? Lo Stato, e le autorità internazionali, devono continuare a regolamentare l’economia?

In Italia la politica industriale è censurata da almeno 20 anni. Sono profondamente indignato per la sua assenza perché è una delle ragioni della crisi economica italiana, della crescita della disoccupazione,  della smobilitazione industriale, dell’impoverimento progressivo, dell’aumento delle diseguaglianze. E’ assurdo che uno stato speri in una ripresa economica senza dettare linee da perseguire e delegando ai privati la responsabilità di raggiungerli. I disastri Ilva e Alitalia sono la dimostrazione di una politica industriale senza uno straccio di idea (il Sole 24 Ore stima un costo di 10 miliardi di Pil per Ilva). Bisogna riaffermare il ruolo centrale dello stato, uno “stato innovatore” come dice Mazzucato Mariana, che orienti le attività economiche verso aree a maggior valore aggiunto per la collettività, investendo sui territori, centri di ricerca e cluster industriali che partoriscano conoscenza ad alto valore, assumendosi rischi che difficilmente si assumerebbe un privato, minimizzando i fallimenti o le deviazioni negative create dal mercato. Lo stato dovrebbe essere come un agricoltore tollerante che fornisce dei  << capitali pazienti >> a lungo termine e senza un ritorno stabilito, perché l’industria è il vero motore economico della nazione. Insomma, lo stato dovrebbe essere il più grande imprenditore esistente.

Sullo sfondo della crisi economica prodotta dalla finanza americana, come valuti il recente successo in borsa di Snapchat? L’economia reale ha ancora un futuro?

Tutti i paesi del mondo senza industrie sono destinati a diventare paesi poveri, italia compresa. L’economia reale, come il manifatturiero di qualità, può essere il motore principale di una crescita economica sostenibile e duratura. L’industria è il massimo diffusore di innovazione e crocevia di tutti processi economici. Snapchat rappresenta una nuova generazione di imprese Exo (organizzazioni esponenziali) che polverizzano i tempi di crescita mediante le tecnologie e nuove tecniche organizzative, riducendo i costi in modo esponenziale. Un fenomeno sempre più dirompente che crea i presupposti di una marcata diseguaglianza. Realizzare Profitti da capogiro senza redistribuire ricchezza al territorio e con l’aggravante di creare pochi posti di lavoro. Instagram, acquisita da Facebook per 1 miliardo di dollari, è stata creata con 13 dipendenti.  La finanza deve tornare ad alimentare l’economia reale, perché un economia di servizi non è sostenibile. Nè per l’Italia né per il mondo. Questa divergenza tra economia reale e finanziaria ha innescato grandi bolle, si pensi alle dot.com nel 2000. E’ indispensabile costruire nuovi strumenti per finanziare l’economia reale, non solo con credito bancario, ma anche con il crescere del venture capital che portano capitali all’industria. L’unica timida rivoluzione degli ultimi anni sono stati i mini bond (titoli di debito quotati in borsa) o i nuovi arrivati ELTIF (fondi di investimenti europeo a lungo termine), cioè prodotti finanziari privati “pazienti” che possono sviluppare manifattura, trasporti, energia e progetti sociali. 

Insomma ci vuole in Europa e in Italia un nuovo mercato dei capitali, reso possibile solo con una grande riforma.

Alcuni economisti italiani come Zamagni e Bruni, sostengono che la svolta dei mercati potrà avverarsi con lo sviluppo di una economia civile e di comunione. Qual è il tuo parere sulla loro proposta?

E’ una battaglia culturale. L’impresa produce utili ma è anche parte di una comunità. Non possiamo scindere il mondo del business dal mondo dell’etica o della responsabilità. E’ una via pericolosa, perché realizzare profitti violando “qualche norma” produce un impoverimento ambientale, sociale ed economico. Ricordiamoci dello scandalo Volkswagen. Come dice il prof. Zamagni dobbiamo distinguere i tre tipi di Etica: Utilitaristica, Contrattualistica e delle Virtù. L’etica utilitaristica sostiene che l’agire imprenditoriale è quello di massimizzare il profitto. Ed è pericoloso, perché quando l’agire etico non aumenta gli utili di un’impresa… che cosa facciamo? Cambiamo direzione ? L’Etica contrattualistica si basa sul concetto che l’impresa stipula un contratto con la società di cui è parte e si impegna a rispettarne i canoni. E’ un passo avanti, certamente, ma la domanda è: chi mi potrà sanzionare se io impresa non rispetto tale contratto ? A livello legale ci sono i giudici e i magistrati ma a livello sociale ? La questione sociale non è regolamentata da una legge, quindi l’azienda è esente da denuncia anche quando fà una promessa  che poi non mantiene. L’Etica delle Virtù invece sostiene che certe cose si fanno, non perché conviene, ma perché soddisfano un criterio di valore portatore di benessere e felicità. Il bene comune. Ecco, il mercato e la politica dovrebbero orientare le proprie scelte secondo un’etica delle virtù. 

Sono fiducioso, qualcosa sta cambiando in questa direzione.

Quanto la robotica e l’intelligenza artificiale potranno condizionare la produzione economica e industriale dei prossimi anni?

E’ arrivato un ciclone tecnologico che sta sconquassando l’intera industria mondiale. La robotica sta rendendo privo di senso la delocalizzazione degli impianti produttivi all’estero (perchè i costi di produzione non sono più ridotti come una volta). Assisteremo ad un re-shoring e molte aziende faranno marcia indietro tornando a casa. Dal 2018 in poi i robot saranno meno costosi della manodopera umana e vale per molti settori: dall’elettronica all’arredamento, dall’agricoltura alle costruzioni. Nel giro di pochissimi anni, quasi tutte le attività umane potranno essere svolte da robot: le stime secondo l’università Oxford e la nota società di consulenza McKinsey parlano chiaro: la perdita di posti di lavoro sarà compreso in un range che dal 26% al 47 %. Ma c’è un’altra faccia della medaglia da considerare: secondo la professoressa di Robotica dell’università di Genova Rezia Molfino la Robotica ha salvato molti posti di lavoro. E non è un male, anzi. Ha permesso la riduzione dei costi dei prodotti e la standardizzazione della qualità, favorendo la competitività delle industrie. Potrebbe accadere che nel medio-lungo periodo la robotica produca più occupazione e il valore specialistico dei posti di lavoro. Molto dipende dalla velocità con cui si riqualificheranno i colletti blu (operai ) e bianchi (lavori intellettuali).

L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando l’industria automobilistica e dei trasporti con il pilota automatico. Si profilano diversi scenari come l’illegalità della guida in quanto le auto autonome compiono meno incidenti degli esseri umani. Che fine faranno le assicurazioni? Spariranno? O si assicurerà il programmatore che implementa il software dell’auto autonoma? Probabile.

Potremmo anche vedere le nostre auto che si riforniscono di carburante da sole mentre dormiamo. Ma le vetture rappresentano solo un piccolo esempio di un quadro molto più grande. La lista è infinita. Diagnosticare malattie come il cancro ? IBM attraverso Watson ci è riuscita e con una precisione molto maggiore di un dottore veterano. Anche l’istruzione dei nostri figli cambierà, cosi come i Call Center, con il riconoscimento vocale, non avranno più motivo di esistere. La sfida è quello di creare un intelligenza artificiale capace di funzionare come un cervello umano. Ancora lontano ma già si parla di singolarità tecnologica. Ci vediamo tra 3 o 4 decenni.

Un territorio come quello nisseno, di quali politiche economiche e industriali avrebbe bisogno?

  1. Dovremmo stabilire che tipo di città vogliamo essere: industriale o agricola ? Provinciale o Europea ? Inclusiva o esclusiva ? E quindi fare scelte politiche, sociali ed imprenditoriali con la direzione presa, favorendo lo sviluppo di investimenti, occupazione e cultura. Ma siccome siamo un popolo di adolescenti, perché quando facciamo scelte nette ci impauriamo per il fatto che qualcuno inevitabilmente rimarrà scontento, allora rimaniamo nel limbo “volemosebene tutti”  e non perseguiamo gli obbiettivi (pur di accontentare tutti).
  2. Fare di Caltanissetta, con il 4 capitalismo, un volano per lo sviluppo industriale della Sicilia. Quindi scommettere sul territorio creando parchi industriali e tecnologici che offrono un valore insindacabile in termini di conoscenza, logistica e posti di lavoro. Cosi facendo eviteremmo la fuga di tanti talenti in altre città o paesi UE, proprio perché nel nostro territorio non hanno la possibilità di realizzare il loro futuro. E anche perché l’industria manifatturiera può  diventare il fulcro per il rilancio industriale nisseno. Purtroppo ancora assente.
  3. Una finanza che accompagni le imprese industriali verso l’industry 4.0, ovvero una maggiore facilità di accesso al credito bancario “pesante” per la totale digitalizzazione della produzione. Internet delle cose, Nanotech, Nanomateriali, Robot Collaborativi e Stampa 3D sono tecnologie capaci di liberare risorse economiche per le imprese e di renderle globalmente più competitive. 
  4. Attrarre investimenti internazionali attraverso marketing territoriale. E’ davvero triste che gli investitori internazionali vengano in italia per rubare solo i nostri gioielli famosi, perché sicuri in termini di ritorno economico e mai per aprire un nuovo stabilimento produttivo. Figuriamoci a Caltanissetta dove la zona industriale è vista solo come un ammasso di capannoni e non ha “nessun piano strategico” per attirare investitori internazionali e favorire lo sviluppo delle imprese industriali. Eppure il nostro saper fare italiano (industria meccanica in primis) è un patrimonio di altissimo livello, il nostro vero Made in Italy. Basti pensare Fiat, Lamborghini, Ferrari, ecc.. La legislazione nissena (veramente sarebbe giusto dire tutta l’Italia) dovrebbe favorire gli investimenti internazionali attraverso agevolazioni fiscali e burocratiche. Solo cosi (forse) assieme ad un marketing territoriale d’attacco potremmo giocarci la possibilità di attirare qualche magnate dai petrodollari.
  5. Infine dare Soldi ai ceti più deboli perché li spenderebbero subito in consumi e quindi indirettamente sosterrebbero l’industria manifatturiera. 

 

Intervista a cura di Rocco Gumina

 

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